Il potere dell’immagine giornalistica

I fotogiornalisti sono lì dove i fatti accadono, ci mostrano i volti dietro l’evento, e a volte ci costringono a sentirci parte della scena. Se leggiamo un testo o un articolo senza nessuna immagine, abbiamo come l’impressione che manchi qualcosa; questo accade perché una storia senza fotografia è come un corpo senza cuore. Le fotografie ci forniscono una prova e ci danno una conferma che il fatto è realmente accaduto. Ma è davvero così?

Quando si pensa al fotogiornalismo, si ha l’idea che il fotografo sia esattamente sul luogo dove i fatti accadono a spiare l’evento, a osservarne i dettagli e a documentare un frammento di realtà. Infatti la caratteristica principale dell’immagine fotografica è proprio quella del frammento, il saper “cogliere un attimo” che dura per sempre, questo è anche il motivo per cui spesso l’immagine ha avuto la funzione di testimone, con un’ immediatezza e un’efficacia che difficilmente un articolo può avere. Se prendiamo per esempio la storica rivista fotografica Life, si è detto che ebbe la capacità di portare la guerra nella casa degli americani, ma soprattutto: portò gli americani nei luoghi di guerra. E fu davvero così.

Ma oggi, più di ieri, con i complessi sistemi software e l’introduzione del digitale, bisogna confrontarsi sempre di più con un problema che diventa anno dopo anno più serio e pericoloso, quello del trattamento dell’immagine. È convinzione comune che fotografia = verità, ma nella realtà le possibilità di manipolazione sono infinite: il ritocco, il ritaglio, il riquadro, l’eliminazione, la falsificazione o quella che viene definita la photo opportunity cioè quando si programmano situazioni che condizionano la fotografia. Per questo motivo è importante all’interno del fotogiornalismo distinguere sempre tra intenzioni del fotografo e trattamento delle immagini.

Un chiaro esempio è l’uso dell’immagine da parte delle testate Time e Newsweek: la prima dedicò a O.J. Simpson, accusato di duplice omicidio, la copertina intitolata An American Tragedy, dove il colore della pelle del campione viene reso all’interno dell’immagine molto più scuro e la luce viene totalmente concentrata attorno agli occhi, eliminando quasi gli altri lineamenti del volto. Mentre, in confronto, la copertina di Newsweek, con la stessa foto ma con giochi di luce diversi, propone l’immagine di un uomo familiare e un po’ affaticato, il Time concentra l’attenzione del lettore sugli occhi, rendendoli con qualche manipolazione creativa più minacciosi, cancellando così l’individuo e creando un mito.

Le copertine di Newsweek e Time con la stessa fotografia di O.J. Simpson e un diverso trattamento dell’immagine.

C’è una linea sottile tra quello che è accettabile e quello che invece non lo è affatto quando si tratta di fotografie giornalistiche: intervenire sulla luminosità, i colori, i contrasti non è cosa vietata, ma chi, in modo non professionale ed etico, cerca di controllare la situazione mette in posa le persone e ricrea una scena; oppure, chi ritaglia le fotografie per alterare il loro significato originale e chi “ritocca” o inserisce didascalie per ingannare supera un confine che sfocia nella distorsione e/o falsificazione dell’immagine fotografica. Questo accade spesso con le fake news, dove molte immagini fotografiche vengono decontestualizzate andando a generare una catena di disinformazione. Esiste anche un livello di manipolazione che possiamo definire di tipo passivo, quasi inconscio, ed è quello del fotogiornalista: assiste a un determinato evento e fotografa ciò che ritiene valga la pena catturare all’interno del suo obiettivo, sotto una certa angolazione, controllando l’esposizione, l’oscuramento, l’alleggerimento, l’affilatura. In questo caso quindi il fotogiornalista controlla la fotografia in base a ciò che decide di includere o tralasciare. È  il risultato di un professionista che sceglie di fotografare qualcosa in un certo modo perché rifletta correttamente l’evento, e, all’interno di questo ideale, consideriamo accettabile il controllo sull’immagine.

A volte le fotografie possono metterci a conoscenza di qualcosa che non sapevamo, altre invece, ci ricordano ciò che preferiamo dimenticare; può servirci come promemoria, ma una foto può anche “ingannare o illudere”. Questo non significa che il mondo del fotogiornalismo sia una bugia, ma piuttosto che si tratta di un settore complesso, che richiede attenzione, professionalità ed etica, sia da parte di chi vi lavora, sia da parte del pubblico a cui le immagini sono indirizzate. Un certo grado di confusione o ambiguità non è necessariamente pericoloso, se siamo “sfidati” a pensare e a riflettere sul contesto di quell’immagine fotografica.

Un gruppo di giornalisti fotografa il corpo di Fabiene Cherisma, la quindicenne uccisa con un colpo d’arma da fuoco alla testa mentre cercava il necessario per sopravvivere dopo il terremoto che ha colpito Port au Prince nel gennaio del 2010.

Una delle immagini, molto discusse, realizzate dai fotogiornalisti accorsi sul posto.

Maria Elisa Altese

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