Il rischio della diffidenza dopo il “confinamento”

Seconda parte dell’incontro con le Sorelle che vivono l’esperienza da eremite a Campello sul Clitunno (Spoleto). È la comunità delle Allodole di San Francesco.

Eremo di Campello sul Clitunno (Spoleto) - Entrata

Entrata dell’eremo di Campello sul Clitunno (Spoleto).

Sorella Daniela Maria, molti ora temono un altro contagio, quello del dubbio, della diffidenza, del “meglio restare distanziati, perché non si sa mai”…
Purtroppo è possibile. Mi domando: in una situazione come questa, ci si può richiudere in se stessi? Non è che i ricchi sono morti di meno; un po’ sì, ma il virus non ha guardato in faccia a nessuno. Certo, come qualcuno ha osservato, un conto è affrontare la tempesta su una zattera e altro da uno yacht. Abbiamo vissuto la morte di una generazione, al di là dell’essere poveri o ricchi. Poi i più poveri, come sempre, saranno i più esposti alle intemperie della vita: accade sempre così, perché non ci sono i soldi per andar dal medico, per curarsi… C’è da augurarsi che chi ha più soldi favorisca e sostenga le vaccinazioni per tutta l’umanità, come ha auspicato Papa Francesco a Natale. Una garanzia di immunità non può essere data dai soldi. È nostro interesse che anche i poveri siano curati: non lo vuoi fare per filantropia, per spirito umanitario, per religione? Dovresti farlo per intelligenza, visto che non è la ricchezza a tener lontano il virus. Resterà per tutti impressa nella memoria e nel cuore come tristissima e cupa icona del coronavirus, in Italia e nel mondo, la fila di camion militari davanti al cimitero di Bergamo, carichi di bare in partenza verso un altrove ignoto per la cremazione.

Possiamo costruire muraglioni di cemento, dotarci di piscina e confort vari, ma siamo stati impotenti di fronte all’avanzata del virus…
Questo microorganismo ha scavalcato confini, terre, mari, muri, fili spinati: chi non lo vuole vedere, come non voleva vedere le cose di prima, forse potrà continuare come prima e magari anche peggio. Lo fa nell’incoscienza, perché la realtà e la verità portano su altre strade. L’elenco di samaritani in quest’emergenza ha visto molte persone impegnate a curare negli ospedali, nelle case di riposo, dappertutto, dai camionisti alle cassiere dei supermercati, dalle panetterie alle farmacie, tutti – da quelli più noti a quelli più in retrovia – mobilitati per aiutare, costruire speranze, rimotivare alla fiducia il prossimo. Se non sentiamo questo destino comune adesso, mi domando quando lo capiremo. La portata vera di questo virus ancora non la sappiamo, al di là di certi numeri e previsioni, ma con quale fondatezza? Abbiamo molte domande in sospeso, già a partire dalla possibilità di ricadute in chi ne sia stato colpito.

La lezione online e i ragazzi nei banchi

La scuola ha dovuto accelerare i tempi, sotto la spinta dell’emergenza, e chiamare in cattedra il prof. Computer… Sono decollate le lezioni online.
Non c’era alternativa: si è dovuto fare di necessità virtù una prima volta, poi una seconda in autunno. Una premessa d’obbligo è che nella scuola anche lo stare insieme è tempo di crescita e di integrazione. Più a monte, tuttavia, c’è una condizione sociale da non sottovalutare. Per molti la chiusura delle scuole è stata un disastro, con un divario impressionante tra figli dei poveri e dei ricchi. Nelle famiglie con 2 o 3 figli e un solo computer erano necessari i turni con i disagi e i limiti che si possono immaginare. Chi ha genitori che sono stranieri e che non possono aiutare i figli perché conoscono l’italiano meno di loro, non ha potuto far niente.

Nella foresta nera di questo contagio, dentro un infittirsi di ombre, è possibile scorgere qualche tenue luce che guidi la speranza?
Io non sono superficialmente positiva, ma neppure negativa. Qui all’Eremo, come comunità abbiamo lavorato molto su questo: sta a tutti diventare migliori. Se tanti diventano migliori, il mondo non potrà che beneficiarne. Credo che un tale cambiamento passa dal mio, dal nostro cuore e dunque c’è da fare. Vedo, sento e comunico con molta gente che ha scelto di aiutare, che si è mossa per dare una mano a chi era in difficoltà. E quando non poteva farlo di persona, ha donato con generosità perché si provvedesse alla spesa di chi non se la poteva permettere. Ciò è avvenuto molto più di quanto si sia raccontato.

Tempo della noia, grande sconosciuto

La vostra vita all’Eremo come e quanto ne ha risentito?
Il lavoro per noi, qui dentro l’Eremo è cresciuto, non avendo più potuto contare su aiuti esterni a causa del coronavirus: orto, giardino, bosco, manutenzione della casa e dei terreni adiacenti. Qui non abbiamo conosciuto il tempo della noia. Il lavoro c’è sempre ed è anche una scelta, perché è una preziosa fonte di equilibrio per tutti. Difatti, quando non c’è, si sta male e diventa un rischio non avere obiettivi concreti. Nai prossimi mesi, in primavera all’eremo cominceremo finalmente alcuni importanti lavori di restauro per i danni subiti dal terremoto del 2016.

Secondo lei, quale il veleno più insidioso lasciato dal “covid-19”?
Siamo davanti alla fosca prospettiva di diventare un’umanità impoverita per tutti: da una parte perché per alcuni il lavoro non c’è, dall’altra un popolo che pure lavora a chi può vendere ciò che produce se nessuno o pochi potranno comperare? Il vero virus, che dobbiamo temere, è l’egoismo. Forse, almeno su questo aspetto, un po’ di gente si è risvegliata. Non dovrebbe essere più possibile disinteressarsi del vicino che è solo, non sta bene, può avvertire l’angoscia dell’abbandono. Significherebbe non imparare niente dalla storia. Se il virus continua a diffondersi ed è arrivato dappertutto, qualcuno può vivere da sano in un mondo malato? Cosa pensa di fare? Da chi si farà aiutare nell’assistenza alle persone fragili? L’isolamento è assurdo, disumano.

Ogni giorno alle 16.30 si sono sparsi e si spargono nell’aria di Campello sul Clitunno 33 rintocchi. Per chi suona la campana?
Ogni pomeriggio, dall’Eremo, alle 16.30 si diffondono ancor oggi 33 rintocchi della piccola campana: in quel momento le sorelle cominciano le loro preghiere per tutte le persone vicine e lontane, conosciute e sconosciute, che soffrono per il coronavirus. Pregano per quanti si prodigano nelle cure: medici, infermieri, farmacisti e per i molti che hanno pagato con la vita la loro dedizione ai malati; pregano per chi è colpito dal virus, per le loro famiglie, per chi è preoccupato e per chi ha paura. Pregano per tutti coloro che da ogni parte si rivolgono alle sorelle. Un invito ad alzare lo sguardo e lo spirito. Noi Sorelle abbiamo passato ore e ore, giornate intere al telefono ad ascoltare le persone più sole, gli anziani, quelli che stavano male in casa e avevano bisogno di parlare e di qualcuno che ascoltasse, quelli che avevano un congiunto in ospedale e non potevano fargli visita. Ci siamo sforzate di essere il più vicine possibile a tutti, tenendo un dialogo anche con le famiglie del paese.

Giuseppe Zois

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