La domanda delle domande con la nuova produzione di Luca Spadaro

Non capita sovente, soprattutto in territorio italofono, che un regista collabori direttamente, nel corso dell’elaborazione dello spettacolo, con l’autore, il che è sempre un buon metodo per il rapporto scrittura-drammaturgia-rappresentazione. È quanto Luca Spadaro, direttore della storica Compagnia Teatro d’Emergenza, dichiara di aver fatto per la sua ultima produzione, un testo contemporaneo di Michela Tilli andato in scena, come prima assoluta, ieri al Teatro Foce di Lugano.

Sospeso tra continue intersecazioni di realismo e surrealismo-onirismo, , già fin da quel titolo nutrito di rimandi classici, procede con lentezza, aprendosi a pause, silenzi che permettono allo spettatore d’introdurre in questi interstizi le sue riflessioni e interpretazioni. Una scenografia schematica, fissa, bianca, scaffali, tavolo, sedie… L’abitazione dove un medico torna a casa e racconta la sua giornata, inframmezzata anche da alcuni ricordi e soprattutto da un incontro particolare a cui accenna, interrompendosi, riprendendolo, lasciandolo e ancora tornandoci, come un tormentone. Parla a sua moglie, un po’ addormentata, un po’ in movimento: va, viene, sparisce, ritorna, sussurra, fa le parole crociate rannicchiata su una poltrona, mormora, lo abbraccia… nell’evanescenza di una presenza-assenza… Perché, come si capirà, lei esiste solo nella memoria dell’uomo, essendo morta…

L’incontro particolare è avvenuto ad un semaforo, simbolico luogo di sosta e attesa, un uomo, un po’ strano, trasandato nel vestire, con una valigetta, giacca e cravatta, l’apparenza di un “rappresentante”, uno di quei personaggi che il teatro moderno ci ha abituati a considerare come emissari dell’al di là. In effetti, così, a bruciapelo, lo sconosciuto rivolge la domanda delle domande all’uomo: “Tu credi in Dio?” e da quel momento il nostro protagonista non avrà più pace. Risponde “no”, ma la questione ineludibile, tra riflessioni, pensieri, tormenti non lo lascerà più per tutta la sera che, in un allucinato crescendo, mentre annega nel bere, lo travolgerà come una Walpurgisnacht…

Come uomo, marito e oltretutto medico. Le questioni filosofiche, metafisiche, mistiche sono quelle di sempre (da Giobbe a Dostoevskij) che lo confrontano con i perché della sofferenza, del dolore, soprattutto dei più fragili, come i bambini; i limiti e l’impotenza della scienza che a volte diventa solo una venditrice di illusioni, di consolazioni temporanee; il pragmatismo che non dà tutte le spiegazioni, da una parte e, dall’altra, l’enigma di una entità superiore, la ricerca, il silenzio di Dio, la rivelazione o manifestazione mancante… Il dolore che non passa, le ferite che non si rimarginano.

A casa ha portato la spesa, le cibarie che gli hanno regalato i suoi pazienti, allestisce la tavola, ma quel tarlo no lo abbandona. Nell’ubriacatura, salgono in lui la rabbia, la disperazione di non poter dare una risposta, né sì, né no… Non poter credere e non poter evitare quel dubbio che lo porta a fare i conti con se stesso e con la sua vita, un nervo scoperto che non si può banalizzare in una risposta ad una domanda improvvisa ma da sempre coltivata.

Fino ad arrivare ad un goffo tentativo d’impiccarsi, ma è troppo ubriaco anche per questo… Al risveglio, non gli resta che riprendere in mano la sua vita, con la borsa del dottore. Esce di casa e possiamo solo pensarlo come un medico, un uomo, forse migliore, più illuminato e maturo nella comprensione verso gli altri.

Un testo interessante a cui hanno dato convincenti gesti, corpo e voce due compagni storici di Luca Spadaro, Massimiliano Zampetti con la sua stralunata straniazione e Silvia Pietta che ha giocato di rimessa sulle minime e delicate sfumature del suo personaggio-fantasma, di quell’esserci e non esserci.

Folto pubblico e applausi alla prima di ieri. Si replica ancora questa sera (ore 20.30) e domani (ore 18).

 

Manuela Camponovo

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