“Nella scuola e fuori serve una terapia della relazione”

A colloquio con Anna Oliverio Ferraris, docente universitaria, psicoterapeuta e scrittrice.

Anna Oliverio Ferraris

Anna Oliverio Ferraris

«Per molti ragazzi è stato come perdere un anno. Non solo ma è stato un grave errore sbandierare l’idea del “tutti promossi” o quasi, con il risultato di una demotivazione collettiva fra gli allievi nell’applicazione e nell’impegno»: drastico e deciso il giudizio di Anna Oliverio Ferraris sull’anno scolastico 2019-20. E adesso si riparte con la didattica in classe, com’era naturale fosse, ma bisognerà fare i conti con il coronavirus, con la sua aggressività e con la curva dei contagi.
Con l’autorevolezza della sua qualificata esperienza, la Oliverio Ferraris – docente di Psicologia dello Sviluppo all’Università “La Sapienza” di Roma, psicoterapeuta e scrittrice – analizza il passato prossimo con lo sguardo rivolto al nuovo anno scolastico e relative incognite. Proprio in questi mesi passati dell’isolamento forzato la scrittrice ha ultimato un libro, tra storia e futuro. Titolo essenziale al massimo: La famiglia, pubblicato dalla Bollati Boringhieri.

Un anno difficile un po’ per tutti: docenti, studenti, famiglie. Tutto è accaduto all’improvviso, inaspettatamente…
«Io l’ho visto in particolare con i bambini delle elementari e delle medie che hanno avuto bisogno di essere accompagnati: sia nel mettersi al passo con le nuove tecnologie sia in quanto andavano imparando. A volte non era nemmeno sufficiente il computer, era necessario anche lo scanner per poi mandare i compiti e gli elaborati agli insegnanti. Le mamme hanno dovuto moltiplicarsi. Dopo l’interesse per la novità all’inizio delle lezioni a distanza, è subentrata la stanchezza, peraltro comprensibile».

Molte famiglie hanno dovuto faticare ogni oltre immaginazione dentro casa, tra lavoro e figli da seguire…
«Non dimentichiamo che ci sono delle famiglie dove i ragazzi non hanno fatto nulla: sia perché non disponevano degli strumenti tecnologici attivi, sia perché i genitori erano assorbiti dal lavoro in casa o fuori o perché mancavano delle necessarie competenze. Siccome i PC offrono abbondanza di menu tra i quali scegliere, i bambini – che sono parecchio esplorativi – sciamano e si disperdono, affascinati da quanto vanno scoprendo. Vogliono alternare i caratteri, variare i colori, metterci uno sfondo… Ci vuole sempre un adulto che si occupi, solleciti, richiami, distolga dalle evasioni in rete».

Ora, alla ripresa della scuola c’è il rischio aggiuntivo di un abbassamento nella capacità di rapportarsi con gli altri: la socialità si impara anche vivendola con i compagni. La prolungata clausura dentro casa può portare i ragazzi ad avere una certa diffidenza verso l’esterno, temendo l’incontro con gli altri per timore di contagio.
«Si è fatta una certa abitudine al nido protetto delle pareti domestiche, alla comodità del divano. I mesi di notiziari quasi monotematici con numero di contagiati, di intubati, di decessi, hanno finito per spaventare, alzando troppe barriere difensive e di preoccupazione. Tutto può essere superato, chiaramente, ma occorre riabituare, far ritrovare uno stile di vita normale. Serve una terapia del gioco, della relazione. Un certo numero di scuole ha organizzato una giornata per salutarsi almeno prima dell’ultima simbolica campanella: è stata un’iniziativa positiva».

«La famiglia non è una monade autosufficiente»

In un’esperienza traumatica e anche devastante come quella vissuta da marzo in poi, ci possono essere anche degli apprendimenti.
«Certamente. Si sono capite molte cose: l’importanza di poter contare su una buona sanità; il generoso prodigarsi di medici, infermieri e volontari, personaggi che hanno fatto la loro apparizione sulla scena pubblica, prima dominata da talk show, fiction, programmi leggeri, spettacoli insulsi. Si è potuto anche cogliere e capire la differenza tra ciò che vale o non vale, magari rivedendo un po’ la propria scala dei valori».

Sull’altra faccia della medaglia, non solo nel popolo della scuola, ma anche tra gli adulti, c’è l’ombra dell’insicurezza di fronte agli altri.
«La famiglia è preziosa, trasmette calore e fiducia, ha moltissimi pregi, lì ci sono i sentimenti che contano, ma non è una monade autosufficiente: per far crescere i suoi componenti dev’essere aperta sul mondo, sulla società, sulla scuola…».

Giuseppe Zois

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